Arte Homemade

L’ispirazione è alla base di ogni atto creativo: dallo scrivere un semplice post per un blog alla realizzazione di un’ opera d’arte per mano di un grande artista.

E’ il momento in cui la nostra mente presa da un impulso crea qualcosa di unico e particolare.

Brittany Powell e Tae Kitakata sono due giovani donne, una dell’Oregon e l’altra delle Hawaii che, dopo aver frequentato insieme il California College of Art di San Francisco ed essere tornate dopo gli studi nelle loro rispettive città d’origine, decidono di dar vita ad un progetto creativo che avesse come condizione di base il fatto di essere poco dispendioso dal punto di vista economico e fattibile in poco tempo: Low-Commitment Project.
Low-Commitment Project è un incontro di affinità elettive che ispirandosi alla vita quotidiana ogni lunedì, da gennaio ad oggi, offrono agli spettatori della Rete opere creative inedite.

E’ un’abitudine artistica che nell’esistenza di queste due donne da circa 4 mesi  si è inserita tra le attività domestiche come il semplice cucinare.

La vita di tutti i giorni è il pretesto per un dialogo creativo inedito: ecco allora che la preparazione di un semplice sandwich diventa occasione per riproporre grandi artisti come Mondrian, Duchamp e il contemporaneo Damien Hirst, la macchina sporca ed impolverata una tela inedita per disegni, le immagini sulle confezioni alimentari spunti per la realizzazione di riproduzioni cibarie post-moderne.

Se volete trovare un ottimo antidoto alla noia del lunedì iscrivetevi alla mailing list di Low_Commitment Project riceverete direttamente nella vostra casella di posta un assaggio d’arte ispirata dalla quotidianità, ma per questo così magicamente comprensibile e interessante.

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L’Arte versione glamour convince?

E’ sacrosanto che i generi creativi dialoghino tra loro: il film ispira la moda, la moda ispira la fotografia, la fotografia crea nuovi generi artistici e l’arte influenza il mondo del design.

Questo processo è vitale per ogni ambito sia perché lo rende ricco di stimoli e nuovi punti di vista, sia perché permette allo spettatore di creare un fil rouge tra i generi che lo aiutano nella comprensione e metabolizzazione del messaggio creativo.

L’arte soprattutto nelle sue espressioni più contemporanee spesso dialoga con la moda, il cinema e altri settori creativi con risultati più o meno convincenti.

Il 24 e 25 gennaio l’artista italiano Francesco Vezzoli realizza presso il Palai d’Iléna di Parigi un museo immaginario per 24 ore con il supporto della maison Prada, già suo mecenate in altre occasioni.

L’intento dell’artista è quello di creare una sorte di museo immaginario, 24 h Museum il nome dato al progetto,  animando il  palazzo con installazioni di luce e sculture, inaugurato da una grande party accessibile solo su inviti.

Oltre al lato glamour di quest’opera Vezzoli  ha pensato anche al lato social: tutte le persone con un account Facebook potranno collegarsi con  un’applicazione dedicata al sito di 24h Museum e trasformare il proprio ritratto in un’opera dell’artista italiano.

Quello che non mi convince è l’obiettivo comunicativo di questo progetto, che mi sembra molto autoreferenziale più che destinato veramente ad un’audience popolare, come potrebbe far intendere la connessione con il più famoso dei social network.

Un’inaugurazione molto glamour  per un’installazione di 24 ore a cui però il pubblico vero potrà assistere per la maggior parte via Internet; l’effetto finale non è arte per tutti, ma un palazzo dove l’artista e committente fanno festa mentre il pubblico plebeo guarda dal buco della serratura di Facebook.

Vezzoli dichiara in una delle sue interviste:  “le persone sono infelici ai giorni nostri, e se riuscirò a strappargli una risata nella mia disco-scultura, vorrà dire qualcosa”

Siamo sicuri che è questo che vorremmo oggi dai nostri artisti contemporanei?

Per quanto mi riguarda la risposta è decisamente no.

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Rober Mapplethorpe e l’arte di autofotografarsi

Il lungo weekend di inizio Dicembre lo attendevo con ansia perché grazie alla festività di Sant’Ambrogio, che a Milano anticipa la festa dell’Immacolata, sapevo di avere di fronte e me 4 giorni di puro tempo libero. Tempo mio di cui ho potuto disporre liberamente suddividendolo tra ozio, riposo e dedizione verso le attività che amo di più, ma che spesso trascuro per doveri quotidiani.

L’attività che in assoluto prediligo è sicuramente la visita alle mostre e questa volta è stato il turno del grande fotografo statunitense Robert Mapplethorpe presso il Centro Forma Foto di Milano.

Una retrospettiva di circa 178 opere, messe a disposzione dalla Robert Mapplethorpe Foundation di New York, che ripercorrono tutto il percorso creativo del fotografo.

La fama di Mapplethorpe deriva principalmente dalla sua capacità di riprodurre la nudità umana con estremo rigore artistico rendendo i corpi, attraverso l’obiettivo fotografico, sculture marmoree. L’aspetto che mi ha più colpito però è stata la sua abilità nell’autorappresentarsi.
Mapplethorpe gioca con l’obiettivo, si diverte a impersonificare io diversi accomunati soltanto dal medesimo sguardo, da occhi che parlano allo spettatore e che quasi implorano la sua attenzione.

Un Robert donna, uomo, icona gay o maschio virile, il fotografo statunitense gioca con diverse identità invocando la libertà di essere qualsiasi cosa vogliamo in nome del diritto di esprimere la nostra natura al di là di vincoli sociali e culturali.

Nello scorrere della vita quotidiana dovremo sempre cercare di autorappresentarci oltre gli schemi ed gli obblighi che la società e gli altri spesso pretendono di imporci, cambiando anche ogni giorno, ma sempre con l’obiettivo di essere ciò che ci fa stare meglio.

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Perchè mi piace l’arte contemporanea

Sono reduce da un weekend nella bella Venezia per un ultimo giro prima della chiusura della Biennale d’Arte e una visita a Palazzo Grassi e Punta della Dogana.

Il clima straordinariamente mite per la stagione e l’ottima compagnia hanno reso il soggiorno perfetto.
Nel vagare insieme nella magica città veneta, dopo aver portato a termine il nostro giro culturale, io ed i miei accompagnatori abbiamo intrapreso un dibattito, tutt’ora ancora non risolto, relativo alla produzione artistica contemporanea.

Molti infatti non sono rimasti affatto soddisfatti della loro visita sostenendo di non cogliere il senso di molte istallazioni e rappresentazioni artistiche che hanno visitato ricorrendo spesso all’espressione “Questa è arte?!Ma lo potevo fare anche io!”, citando involontariamente il titolo di un libro di Francesco Bonami, critico d’arte e curatore italiano, che nel suo saggio cerca di rispondere, e a mio parere in maniera eccellente, a questo interrogativo che frequentemente  si pongono visitatori di mostre contemporanee.

Dopo aver consigliato la lettura del libro ai miei interlocutori ho provato ad argomentare perché io l’arte contemporanea la adoro.
Perchè mi esalto maggiormente davanti ad un’opera di Edwaed Kienholz che di Tintoretto? ( forse con questa affermazione mi tirerò dietro l’ira funesta dei più)
Perchè quando passeggio tra i padiglioni internazionali della Biennale di Venezia sento un’empatia e un trasporto che la Pinacoteca di Brera non mi dà?

Le mie motivazioni sono razionali ed emotive insieme; due aspetti da cui non bisognerebbe prescindere mai nella vita ogni volta che ci si trova ad affrontare un qualsiasi dibattito e sostenere la propria tesi.

La motivazione razionale è che l’arte contemporanea rappresenta temi che al giorno di oggi ci riguardano più da vicino sia nella loro accezione più universale come la morte, la malattia, la povertà e la violenza visti sia in quella più vicina all’uomo di oggi dai mass media, alla genetica, alle ultime guerre.

La motivazione emotiva è che io di fronte ad un’ opera d’arte contemporanea riesco senza alcuna difficoltà a fare mio il punto di vita dell’autore, ad entrare nell’ordine di idee che hanno permesso all’artista di realizzare quello che mi trovo di fronte a prescindere che condivida o meno la sua rappresentazione.

Ora opere come quelle del Tintoretto o qualsiasi grande artista del passato le consideriamo eterne, ma succederà anche per le produzioni artistiche contemporanee ne sono convinta.

Daniel Barenboim, pianista e direttore d’orchestra, ha detto
” Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo ed una per il futuro, per l’eternità”

Quindi ai posteri l’ardua sentenza.

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Quando l’opera d’arte ispira un videogame

I videogames, simulacri di vite e storie immaginarie, hanno simulato di tutto, ultima la vita eterna ed anche l’arte non è stata esclusa.

La mostra-evento  The Artist is present dell’artista Marina Abramovic, che si è fortemente distinta nel 2010 all’interno delle esposizioni e performance del Moma di New York, è diventata un videogioco ad opera del danese Pippin Bar.

La performance reale prevedeva che l’artista serba rimanesse seduta ad un tavolo all’interno del Museo di Arte Moderna per 7 ore al giorno per circa 3 mesi, ogni visitatore entrando nella sala diveniva parte integrante della performance, sedendosi al tavolo di fronte a Marina, con cui scambiava sguardi in silenzio per il tempo che riteneva opportuno.

Il videogame riproduce l’iter della performance artistica in 8-bit: si entra nel Moma si paga il biglietto di 25$ e passando nelle stanze del Museo neyworchese, tra la notte stellata di Van Gogh e la Campbell Soup di Andy Warhol, si arriva nella sala dove ci attende Marina Abramovic, ma anche una lunga fila che almeno nella mia esperienza di interazione con il gioco non mi ha permesso di prendere parte virtualmente alla performance, causa chiusura del museo che ha decretato per oggi il mio game over.

Le reazioni al videogames si sono divise tra gli scettici e disturbati da questo gioco, che di ludico ha veramente poco in quanto mancano interazione e divertimento, e gli entusiasti che ne riconoscono la capacità di ricreare l’atmosfera della performance vera: attesa, ansia, senso di ignoto.

Un tratto distintivo del mondo dell’arte è la sperimentazione: la capacità e la necessità di esplorare campi diversi creando espressioni creative inedite che spesso stupiscono, altre volte deludono, altre volte sono anch’esse diventano fonte d’ispirazione.

Se non avete avuto l’occasione di prendere parte dal vivo alla performance di Marina Abramovic ecco il link del videogame Artist is present, armatevi di pazienza però che la fila da fare è lunga.

Clicca per giocare

 

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Happy Birthday Vuvuart!

Oggi è un giorno particolare. Un giorno da ricordare.
Oggi festeggio 1 anno di apertura di questo spazio personale.
E più che un post per potenziali lettori sparsi nella rete e per i pochi, ma fedelissimi, affezionati questo post io me lo dedico o meglio lo dedico a questo piccolo luogo creativo che da 365 giorni riempie la mia vita.
E’ un atto egoistico forse, ma poco importa.
A casa mi hanno sempre insegnato che non c’è compleanno o ricorrenza che non vada festeggiata o celebrata in qualche modo. Sono rituali effimeri ma che a volte servono per fermarsi a riflettere, per riprendere fiato, per trovare la voglia di affrontare la quotidianità non sempre benevola.
E’ il momento giusto per farlo non soltanto perché temporalmente corretto, ma perché in una  giornata qualunque in cui ti alzi la mattina e sebbene tu sia sveglia e vigile per realizzare le tue mansioni quotidiane, la tua mente viaggia senza sosta verso passioni che ti popolano l’anima, ma che senti così maledettamente lontane e impossibili da raggiungere. Poi mentre se lì ti arriva il messaggio di qualcuno che ha letto il tuo blog, che lo apprezza e ti fa i complimenti, ed allora pensi al diavolo tutto, io questo spazio me lo tengo stretto e continuo a coltivarlo come una piccola pianta in un balcone di città tra polveri sottili e mezze stagioni che non esistono più.
E continua a farlo vivere parlando d’arte, l’unica, in qualsiasi forma essa si manifesti, che sa esprimere la nostra vera natura in maniera così divina.
Buon compleanno VUVUART!

A presto.

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YouTube ha cambiato la performing art?

Qual è la forma d’arte più antica del mondo?
Quale l’espressione artistica all’origine della storia umana?
Non i graffiti presenti nelle caverne primitive, bensì l’arte performativa dove l’uomo non si affida a nessun tipo di strumento materiale per esprimere la sua creatività, ma la libera mettendosi in gioco in prima persona o tuttalpiù affidandosi ad un altro essere umano.

Giorni fa il NYTimes si è interrogato di quanto YouTube abbia cambiato la performing art togliendo a questa forma d’arte che sopravvive indenne al trascorrere del tempo originalità e capacità di sorprendere.

Infatti il famoso giornale americano descrive come oggi il pubblico sia meno ricettivo ogni qual volta si trovi di fronte ad una performance artistica, come nel caso della recente performance “Ocularpation: Wall Street,”messa in piedi  dall’artista Zefrey Throwell.

Un gruppo di persone vestiti come semplici impiegati che si accingevano ad iniziare una nuova giornata lavorativa si è denudata e ha cominciato a pulire “simbolicamente” la famosa strada newyorchese intimando maggior trasparenza a chi lavora a Wall Street.

Ma come ha reagito il pubblico?

Nessuna reazione significativa da parte dei passanti solo la polizia ha deciso di intervenire ponendo fine alla performance.

Da qui il dibattito se questa mancanza di ” entusiasmo” sia dovuta al fatto che il pubblico del mondo grazie a YouTube e Internet in primis sia ormai avezzo a scene simili e non più facile da impressionare.

Sicuramente l’ubiquità della Rete e la sua facilità di  usufruirne permettono di accedere ed approfondire contenuti  in tempo reale, inoltre piattaforme come Facebook portano ogni individuo a mettersi in mostra in ogni istante della propria esistenza, diventando una sorta di performer di se stesso.

Ma YouTube toglie davvero appeal all a performing art? Leggi l’articolo completo

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Il Museo delle idee

Nella sera in cui nello scorrere veloce dei tweet ho appreso la notizia della morte dell’artista Lucian Freud, famoso per il realismo con cui ritraeva i suoi soggetti un’altra notizia colpisce la mia attenzione: opere concettualmente opposte a quelle del pittore britannico appena scomparso si presentano al mondo dell’arte.
Infatti pochi giorni fa è stata venduta per ben 10,000 $, da notare come spesso si inizia a parlare di nuove correnti artistiche appena queste diventano oggetto di scambio economico, un pezzo di arte non visibile.
Questo nuovo genere di opera creativa fa parte del progetto Museo dell’Arte non Visibile (MONA) messo in piedi dall’attore, e per di più artista poliedrico James Franco insieme al duo di arte concettuale Praxis, formato da Brainard e Delia Carey.
L’idea alla base di questo progetto, secondo quanto dicono i fondatori, è quella di ricordarci che viviamo in 2 tipi di mondo: un mondo fisico dove predomina il senso della vista e un mondo non fisico dove il pensiero regna sovrano.
Le opere artistiche appartenenti a quest’ultimo forniscono delle idee che fanno da volano all’immaginazione creando una realtà parallela fatta di immagini e pensieri. Ed oggi tutto questo può essere comprato al MONA, un museo progettato sulle idee.
Ma chi sono i primi acquirenti di questo nulla artistico?
Per ora un produttore web, una modella e l’attore americano Aimee Davison.
Quest’ultimo in particolare ha speso 10,000$ per l’opera “Fresh Air”: una boccata di ossigeno, cioè il concetto che in qualsiasi parte della Terra tu sia, ti è sempre possibile fermarti a respirare a pieni polmoni…. Leggi l’articolo completo

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24 ore di Biennale

E’ stato un weekend breve, ma intenso.
Il fisico è stato messo alla prova, ma la mente è tornata piena di immagini e sensazioni.
Quest’anno per la prima volta sono riuscita a vedere la Biennale di Venezia nel suo weekend d’apertura per la 54° Edizione.
Ero emozionata e curiosa e pronta a sfidare chi mi aveva intimato di trovare tanto caos e confusione.
Zaino in spalla, qualche vettovaglia, scarpe comode e macchina fotografica l’equipaggiamento per affrontare 24 ore immersa nella manifestazione dedicata all’arte contemporanea più importante del mondo.
Ed ora a pochi giorni di distanza, davanti ad un foglio bianco, sono pronta a dire la mia ripercorrendo a ritroso le giornate veneziane appena trascorse.

Prima tappa i Giardini.
Location suggestiva popolata da edifici che fanno le veci delle varie nazioni del mondo svelando i propri microcosmi artistici.
Piccoli mondi che richiamano valori universali e li invocano, li criticano,li osservano e forse un po’ li maledicono attraverso il lavoro artistico.

Libertà di pensiero è quella acclamata dal Padiglione Danimarca attraverso il video, tra i pochissimi ad avermi colpito, intitolato Quatrosopus di Han Hoogerbruge animazione grafica  che riproduce una figura umana con quattro facce, che rappresentano le contraddizioni e i dilemmi quotidiani dell’uomo del nostro tempo nel suo relazionarsi alla libertà di pensiero.

La gloria è la protagonista del Padiglione degli Stati Uniti invocata a gran voce dal duo  Allora & Calzadilla attraverso la performance, la scultura, i video ed elementi sonori. La gloria della competizione militare dissacrata dal carro armato capovolto appena fuori il padiglione con sopra un tapis roulant dove corrono atleti a fasi alterne. La gloria della competizione sportivia proposta in Body in Flight ( Delta) e Body in flight ( American Airlines) dove ginnasti volteggiano su riproduzioni fedeli di sedili di prima classe delle principali compagnie aeree americane mimando quasi l’atto del volare. Per sbirciare e comprendere come si sia potuto materializzare questo “glorioso” progetto artistico bisogna visitare http://www.imamuseum.org/venice dove sono raccolti video e immagini che raccontano l’iter creativo delle creazioni presenti nei Padiglione americani.

Nel Padiglione Francese l’artista Christian Boltanski fa diventare il visitatore Destino o Dio minore in un meccanismo in cui si alternano la vita e la morte.
Immagini di 60 neonati polacchi scorrono su pellicole giganti mentre due schermi enormi conteggiano da una parte e dall’altra del luogo espositivo i numeri della nascita e delle morti  a loro volta decretate nella sala centrale, dove con un gioco di pulsanti, ogni individuo può creare nuovi essere ibridi mischiando le fotografie dei nascituri con quelle di 52 svizzeri deceduti.
E se tornati a casa avete ancora voglia di ripetere il gioco andate sul sito www.boltanski-chance.com e riprovate nuovamente.

Il caso o il destino che in un preciso istante servendosi vilmente di un incidente d’auto pone fine all’esistenza, ad un’esistenza qualunque. Cosa succede a questo punto?
L’artista ucraino Hajnal Nemet indaga la fine accidentale dell’esistenza con la sua opera Crash dove allestisce una scena dal sapore di opera lirica, cogliendo l’attimo in cui la vita lascia il posto alla morte: un auto accidentata, alcuni leggii che mimano un coro invisibile che a sua volta, simula un compianto e un tabellone  che raccoglie gli ultimi pensieri dell’accidentato.

Ospite gradito  Tintoretto re nella sua Venezia : 3 delle sue tele padroneggiano nel Padiglione Centrale ricordandoci di quanto l’essenza più vera dell’arte non abbia tempo, ma riesca sempre ad essere attuale nel suo mostrarsi anche accanto ad altre opere all’apparenza diametralmente opposte, come quella di Haroon Mirza, riconosciuto come il più talentuoso emergente di questa 54 edizione della Biennale con tanto di Leone d’Oro.

Altra location della kermesse artistica veneziana e’ l’Arsenale che  ospita il tanto discusso Padiglione Italia quest’anno curato da Vittorio Sgarbi dal titolo L’arte non è cosa nostra.

L’allestimento delle sale principali ha un aspetto caotico quasi un magazzino di opere dislocate in maniera casuale, le didascalie di ognuna sono trascrtte su scatoloni di legno, che però non rendono sicuramente facile la comprensione dell’autore per chi si trova di fronte. Leggi l’articolo completo

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Milano si specchia in Kapoor

Milano sempre più contemporanea.

Milano pronta ad affermare il suo senso civico nei momenti politici fondamentali  di questo Paese ma anche proiettata attivamente nella manifestazione del suo senso estetico.

Nella lotta continua tra città, attrazioni di esposizioni contemporaneamente rilevanti, Milano non poteva esimersi dall’accogliere un’artista icona del nostro tempo: l’anglo-indiano Anish Kapoor.

2 location, la Rotonda della Besana e la Fabbrica del Vapore, per opere concettuali e allo stesso tempo così materiali nell’affermare il tratto unico del loro creatore.

Nella prima delle due location la maggior parte delle opere sono sculture enormi in acciaio realizzate negli ultimi 10 anni.

La loro superficie riflette l’immagine dello spettatore provocando straniamento  e quasi una leggera vertigine, facendolo perdere e poi ritrovare per poi perdersi di nuovo nel percorso espositivo.

Al centro un’istallazione monumentale ” My Red Homeland” in cera rossa, la quale attraverso un meccanismo messo in movimento da un dispositivo connesso ad un motore idraulico distrugge e crea la materia con cui è realizzato in un moto senza fine.

Prossimo appuntamento con Kapoor alla prossima 54° Edizione della Biennale di Venezia con un evento collaterale in cui verrà presentata la sua opera “Ascention”.

See you there.

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