“Ero un servo nello studio di Jeff Koons”

In questi giorni di agosto rovente mentre consulto twitter nella penombra della mia stanza, un dibattito sul social network attira la mia attenzione, il motivo scatenante un’intervista rilasciata al New York Magazine da John Power assistente anni fa del celebre artista contemporaneo Jeff Koons.

Il pittore statunitense ha sempre dichiarato di occuparsi esclusivamente dell’ideazione delle sue opere e di lasciare l’esecuzione materiale a chi è più competente, motivo per cui nella sua carriera artistica, costellata per lo più da gigantesche sculture, si è sempre avvalso della compagnia lavorativa di numerosi assistenti.

John Power, allora studente d’arte, lavorò con Koons nel 1995 periodo in cui stava realizzando la serie Celebration un insieme di dipinti e sculture di enormi dimensioni per una paga di 14 $ l’ora, circa il doppio rispetto al suo vecchio impiego presso la Biblioteca della Columbia University.

In particolare il ventunenne Power era responsabile del dipinto Craked Eggs di circa 10 metri di altezza a cui lavorò intensamente per 5 mesi e che accidentalmente un sabato mattina scivolò dall’imbracatura che lo sosteneva rovinando la sua primaria realizzazione. Il dipinto fu poi recuperato e venduto nel 2003 in un’asta da Christie alla modica cifra di $501,933.

Dopo alcune settimane John lasciò il suo impiego di assistente ma non prese mai il suo diploma d’arte e nella conclusione della sua intervista, epilogo che aleggia già nel titolo del magazine americano “ero il servo nello studio di Jeff Koons”, lascia intendere che quell’episodio e l’esperienza presso l’artista  abbiamo influenzato la fine della sua carriera artistica portandolo oggi a fare l’investigatore privato e a scrivere novelle, lavori entrambi in cui è necessaria un’ottima dose di fantasia….

La rete non ha avuto pietà commentando ironicamente le dichiarazioni di John Power e schernendo la sua storia.  In effetti dopo circa 17 anni è strano trovare ancora del livore, ma è noto come sia più semplice a volte puntare il dito verso gli altri che verso se stessi.

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